“Taddrarite” alla Sala Umberto: I mangiacuori!

Diciamolo subito, iniziando dalla fine: “Esistono uomini che ti mangiano il cuore e altri che te lo donano”. Quindi: la vera questione cui dare risposte, per il funzionamento armonico e la felicità affettiva di ogni nuova coppia che si va formando, sta nell’accorgersi per tempo, nel caso della donna, a quale categoria appartenga in realtà l’uomo che si sta scegliendo come compagno, fidanzato o marito. Il vero problema posto dal bellissimo spettacolo in dialetto siciliano Taddrarite (Pipistrelli, in scena alla Sala Umberto fino al 5 dicembre) consiste proprio nel fatto che, per le tre sorelle protagoniste, i mariti, attuali, ex o defunti, appartengono tutti alla prima categoria dei mangiacuori. Cioè, nello spettacolo non ha diritto di patria e di parola il lato positivo del maschileChi crede che, invece, il mondo sia fatto nella stragrande maggioranza di uomini perbene che non maltrattano le proprie donne si trova, obiettivamente senza un Antonio Ottaviano pronto a difenderlo, come fu all’epoca del regicidio di Cesare Augusto. Questa parte maggioritaria di mondo con gli steroidi al posto giusto se l’è meritata o no questa volutamente messa in ombra delle proprie virtù? Beh, la storia direbbe di “”. Molte decine di migliaia di anni di evoluzione sono lì a dimostrare il teorema delle tre sorelle siciliane (interpretate dalle bravissime Donatella Finocchiaro, Claudia Potenza, Luana Rondinelli, quest’ultima attrice, autrice e regista dell’opera), in cui l’uomo si è tragicamente dimostrato un vero e proprio cannibale nel possesso del corpo e del sentimento femminile, reso schiavo per epoche interminabili, scambiato, abusato sessualmente in infiniti modi.

Soprattutto nel talamo matrimoniale: nei secoli, infatti, la prestazione muliebre è sempre stata considerata un obbligo e un dovere coniugale, tutelato a norma di legge, per cui (a meno di percosse e violenze degne di essere trascinate in tribunale!) non era nemmeno ammissibile considerare stupro l’atto di prendersi la propria moglie con la forza, nei casi in cui lei negasse il consenso alla richiesta prestazione sessuale da parte del suo legittimo (ma idem per quello illegittimo!) marito. Lì sta, invero, il punto debole di tutta la faccenda. Ovvero: com’è costruito antropologicamente il maschio con i suoi desideri che, poi, per centinaia di migliaia di anni sono stati legati indissolubilmente agli obblighi riproduttivi? Non è, forse, vero che i cammini del Neanderthal e del Sapiens hanno, senza cesura alcuna, riprodotto anche all’interno della specie umana i comportamenti che continuiamo a osservare tutt’oggi nel mondo animale superiore, per cui i maschi alfa che, da bravi capibranchi, si sentono legittimati a negare il diritto alla riproduzione agli altri maschi inferiori, difendendo con la forza il proprio harem di femmine? Tutto ciò avviene per il semplice fatto che, nella superiore logica di Madre Natura, i geni dell’Alfa sono dichiaratamente i più forti e i più maturi rispetto a quelli degli altri maschi della sua specie. Del resto, questa faccenda dell’harem a senso unico non continua, forse, a essere una pratica e una regola ”rispettata” all’interno delle comunità di fede islamica? E come mai su questa perseveranza dell’aberrazione maschilista non si scatenano ogni santo giorno le agguerritissime armate del MeToo e della difesa dei diritti delle donne? 

Allora, la domanda vera (e qui le tre donne siciliane di Taddrarite semplicemente danno la risposta corretta!) è: ma in questi pochi secoli che ci separano dalla selezione naturale dei maschi Alfa anche nel caso dell’uomo, è cambiata o no la natura antropologica del maschio della nostra specie? “No”, è la riposta esatta. Le gambe delle femmine e la loro pura attrazione sessuale sono sempre quelle che vigevano all’epoca dei Neanderthal/Sapiens. E meno male che continua a essere così, parlando dal punto di vista della sopravvivenza della specie umana! Ma, fateci caso (e qui occorrerebbe una Taddrarite al maschile!): oggi è il Denaro, che dà valore a tutte le cose. È il dio Denaro a dire e determinare quale maschio Alfa ha diritto o no a farsi il suo harem, ottenendo tutti i favori sessuali femminili consenzienti, grazie agli zeri posizionati dopo la prima cifra unitaria del suo conto in banca! Va bene così? O c’è un mondo inesplorato di responsabilità femminili da portare alla luce e da esaminare sotto la giusta lente di ingrandimento? Si deve pur rispondere alla seguente domanda: a quando una Taddrarite generalizzata per denunciare e censurare la marea di atti sessuali estremi, di gruppo, di ogni tipo e gusto disponibili sui siti porno più aperti e diffusi nel mondo?

Vogliamo continuare a far finta di non sapere che quelle decine di milioni di video clip, a disposizione persino della prima infanzia della scuola primaria, stanno da almeno due decenni plasmando i maschi e le femmine di domani? E si tratta di una spaventosa tragedia: si vedano in merito i disastri ai quali pedagoghi, psichiatri e assistenti sociali sono costretti a metter mano, così come brillantemente denunciati dal quotidiano francese Le Figaro del 30 novembre, che dedica un’intera sezione del giornale alle età sempre più basse dei consumatori di pornografia! Ma, Taddrarite ci dice un’altra cosa fondamentale: quelle pulsioni di amore e possesso (caratteristiche di entrambi i sessi!) debbono, in uno stato di diritto laico, essere veicolate, adattate e opportunamente trasformate all’interno della civiltà comportamentale/giuridica, così come la siamo andati faticosamente elaborando negli ultimi tre secoli di questa nostra grandiosa avventura umana sulla terra. Perché, altrimenti, il rapporto sadomaso che lega il padre-padrone alle femmine della sua famiglia, e molto spesso accompagnato, da autentico legame malato, da un lungo rosario di violenze fisiche, stupri e incesti, si può finalmente interrompere (a volte si deve rompere) per morte violenta o per silenzioso avvelenamento del partner, come avviene nel caso della sorella minore delle tre pipistrelle.

Meglio divorziare, certo, come sceglie di fare la maggiore, tagliando il famoso, ancestrale nodo gordiano di “Che cosa dirà la gente?”. E sì: perché poi il 90 per cento degli argomenti scabrosi affrontati, finalmente, per la prima volta dalle tre sorelle, riunite (teoricamente) in preghiera davanti al feretro del marito defunto della minore, collocato in una stanza dell’abitazione coniugale addobbata a camera ardente per la triste occasione, riguarda proprio i commenti del vicinato, dei conoscenti e dei parenti. E ci si emoziona davvero in alcuni pezzi di bravura dell’assolo, a turno, di quelle tre sfortunate mogli piagate dalle percosse, dalle penetrazioni dolorose, dagli strappi atroci della loro intimità ai quali si sentono obbligate a rispondere, per conformismo sociale, con il silenzio e con l’omertà, tenendo all’oscuro persino le proprie sorelle che, paradossalmente, vivono gli stessi drammi dentro le proprie mura familiari. Se per salvarsi, all’interno della nostra civiltà giuridica, basta la denuncia del maltrattatore e dei maltrattamenti, rimane in piedi, in atto e immutata, la permanenza della costruzione ancestrale del Dolmen iperegoico del maschio, oggi sempre più confuso e disorientato, che la cultura dei social e della pornografia dilagante e gratuita rende letteralmente incapace del salto di qualità, per quanto riguarda il rispetto della donna e della sua integrità psicofisica.

Il tutto, attribuibile alla totale mancanza, nelle più giovani generazioni, dei presupposti culturali che necessitano di una dura autoformazione dei processi cognitivi, ai fini dell’acquisizione degli strumenti più idonei per l’esercizio di un pieno e cosciente autocontrollo comportamentale, tale da consentire e mettere in pratica un corretto rapporto uomo-donna. Per questo, occorrerebbero letture serie (tante! E oggi i libri quasi nessuno ha più tempo di leggerli) e dei Buoni(e) Maestri(e). E Le Taddrarite lo sono, per molti versi. Quindi, un consiglio spassionato: non perdetevi lo spettacolo!