“Buoni da morire”, quelli del portico di San Pietro

Una bella casa borghese. Una coppia stagionata molto benestante, con lui primario di cardiochirurgia di fama internazionale, che ha al suo servizio una efficientissima segretaria tuttofare, per dirigere il traffico dei pazienti facoltosi che desiderano essere operati dal suo datore di lavoro, con un occhio di riguardo per la precedenza da accordare a una certa Sua Eminenza vaticana. Lei, invece, è una borghese la cui vera attività nella vita è spendere i soldi del proprio marito, tra boutique e saloni di bellezza.

E, ovviamente, a due così non poteva che capitare un figlio smidollato dalle condotte un po’ squilibrate, che va ad Amsterdam il periodo di Natale con una sua giovane compagna altrettanto scriteriata, per fare spesa al supermercato europeo dell’erba e di altri paradisi artificiali. Naturalmente, per essere una coppia molto Politically correct all’altezza dei tempi, non poteva mancare al loro arredo materiale anche un pizzico di ingrediente etico, come prestare opera di volontariato nel mondo delle Ong che si occupano di dare assistenza agli homless che alloggiano sotto il monumentale Portico di San Pietro, in modo da sentirsi più buoni e sgravare la coscienza dalla consapevolezza di una vita fin troppo agiata e in discesa.

Tutto questo e molto di più è raccontato nell’esilarante spettacolo Buoni da morire, in scena al Teatro Quirino fino al 15 maggio, per la regia di Emilio Solfrizzi e l’interpretazione di Debora Caprioglio (Barbara), Pino Quartullo (Emilio) e Luca Ramazzotti (Ivano), a loro agio all’interno di una scenografia d’interni, calda e armoniosa, che accoglie nel suo spazio una veranda balconata e un ampio salotto con divano e poltrona Chesterfield di un bianco candido e senza una macchia. Firma il testo, sempre molto interessante e ironico, Gianni Clementi. Per rompere una routine matrimoniale e sociale così tanto scontata non c’è che l’imbarazzo della scelta: l’evento imprevisto prescelto, stavolta, è l’irruzione della droga del diverso, con i suoi odori nauseabondi (come ubriacarsi e urinarsi addosso), accumulati trascinando nelle strade del mondo un carrello da supermercato, pieno di panni e di cose puzzolenti, raccolte nei secchioni della spazzatura.

Ed è così, in questa atmosfera malconcia e insana, che all’improvviso piovono dal soffitto come fulmini dal cielo i ricordi dei piccoli amori, delle antipatie e degli odi risalenti ai tempi lontani del liceo. A portarli al centro della scena è la figura di Ivano, il primo della classe, atleta e sciupafemmine di successo, finito “per scelta” nel girone infernale del barbonismo, il quale si presenta all’improvviso il giorno di Natale alla porta di quella casa di lusso, per salutare il suo vecchio amico di gioventù del liceo, divenuto famoso.

E qui, Clementi fa sottilmente giocare le profonde differenze emotive uomo-donna in cui è la componente femminile a manifestare naturalmente gli aspetti dell’accoglienza, mentre quella maschile di Emilio (interpretato da un bravissimo Pino Quartullo, praticamente perfetto nel ruolo) dà la parte peggiore di sé, lanciando battute velenose alla moglie e mostrando senza veli il suo enorme fastidio per la presenza imbarazzante di Ivano. Per poi rendersi conto che il destino barbaro e infame ce l’ha anche con lui, colpendolo attraverso la figura di un figlio che è la negazione di suo padre, per incapacità e inconsistenza. Ma, poiché il Brutto e il Cattivo di solito sono scissi, anche qui capita che nel tridente (o nel triangolo, se proprio vogliamo) Ivano dimostri un vantaggio culturale incolmabile rispetto a moglie e marito, per l’esperienza del mondo e la conoscenza degli autori classici latini, citati letteralmente a più riprese e in maniera appropriata con la declamazione dei loro versi più famosi, perfettamente adattati alle situazioni e ai contesti linguistici utilizzati nei dialoghi a tre. E qui, ciò che fa l’effetto sorpresa di un ariete contro le enormi porte corazzate della cittadella borghese, è il meccanismo di trascinamento che il diverso, l’emarginato può esercitare su chi si credeva immune dal suo fascino di avventura senza limiti e confini.

Ma, anche qui: quanto dura l’illusione per chi ne viene affascinato? Quanti di costoro hanno saputo gettare alle ortiche cappa e spada, titoli nobiliari e denaro, per vestire un saio e una bisaccia logori, indossando un paio di sandali da viandante povero? Accettando, come conseguenza, di vivere per il resto della vita di compassione e carità da parte del prossimo di tutte le latitudini, pur di girare liberi nel mondo, abbandonando l’orgoglio e la schiavitù dei bisogni materiali superflui che ci rende tutti prigionieri in questa immensa giostra globale del consumismo planetario? Clementi, con una trovata par suo, ingegna una drammatica risposta del Destino a questi nostri interrogativi, in modo da liberarci dai dubbi residui. Ma, per dire, con Cristo finì in modo totalmente opposto.