55 anni dopo, la lezione di Don Lorenzo Milani

Esattamente 55 anni fa, a fine giugno 1967, a Barbiana, sperduto abitato dell’Appennino tosco-emiliano, una folla di contadini del luogo e loro familiari, ragazzi di varie età, amici giunti da Firenze e da tanti altri posti assiste alla tumulazione, al cimitero locale, d’un prete cattolico, morto dopo aver a lungo sofferto di leucemia. Il prete scomparso si chiama Don Lorenzo Milani, fiorentino, è morto a soli 44 anni, e ha vissuto sempre con imbarazzo, e tormento interiore, la sua condizione di figlio d’una famiglia fiorentina economicamente e intellettualmente dotata, di forte impronta laica, e d’origine ebraica (riuscita a sfuggire alla persecuzione antisemita a Firenze, negli anni soprattutto della guerra).

Una famiglia che per un po’ di tempo non ha accettato la scelta di Lorenzo di convertirsi pienamente al cattolicesimo, e vestire, a 20 anni, l’abito talare. Ma si tratta d’un giovane che si è fatto cattolico sull’onda d’un forte fervore religioso, centrato sulla figura di Cristo come paladino di tutti gli oppressi. Mentre sul piano culturale, lui, cresciuto nel mondo della colta borghesia ebraica italiana dei primi del Novecento (con amicizie in famiglie come Olschki, Spadolini, Pavolini), ha preso poi le distanze da tale mondo, fortemente laico e anticlericale: a una certa idea di socialismo d’impronta liberale, alla Carlo Rosselli, e cristiana, Lorenzo, però, resterà sempre fedele.

Non possiamo ripercorrere qui in dettaglio le tappe della parabola religiosa e intellettuale di Lorenzo Milani: d’un prete a dir poco battagliero, sempre dalla parte degli ultimi. La stampa di area comunista, dopo la sua morte, lo celebra osservando che, se su Algeria e Vietnam, per esempio, Milani è stato sempre vicino alla sinistra, a lui, però, è sempre importato, soprattutto, non che i poveri non siano più poveri, ma che i poveri si salvino: è stato, sempre, insomma, soprattutto un prete cattolico. Tappe scandite non solo dai momenti delle sue Esperienze pastorali: titolo del suo primo libro, uscito nel 1958, centrato sugli anni trascorsi, dal 1947 al 1954, come cappellano della parrocchia di San Donato, a Calenzano, presso Prato (testo molto critico verso arretratezze e superficialità della Chiesa preconciliare, lodato, tra gli altri, da Luigi Einaudi, Indro Montanelli, Gaetano Arfè e il nonviolento Aldo Capitini). Ma anche dall’essenziale impegno come educatore e insegnante. Sia a Calenzano che, in seguito, a Barbiana (dove Milani arriva, come parroco, a dicembre del 1954, per un trasferimento effetto anche delle invidie e gelosie scatenatesi, nei suoi confronti, dentro la stessa Chiesa), Don Lorenzo, infatti, organizza subito una scuola popolare (analogia col Pier Paolo Pasolini dei primissimi anni del Dopoguerra in Friuli, e col Lev Tolstoj di Jasnaja Poljana): vista soprattutto come mezzo di riscatto per le classi più povere, spesso subalterne ai ceti elevati già sul terreno stesso della padronanza del linguaggio.

A Esperienze pastorali, seguiranno altri due essenziali scritti. Nel 1965, la storica Risposta ai cappellani militari italiani in difesa dell’obiezione di coscienza, che è pubblicata solo dalla rivista del Pci Rinascita (dalla quale, peraltro, Lorenzo prende le distanze, ringraziando per lo spazio concessogli, ma sottolineando che si tratta d’una testata non meritevole d’esser fatta paladina di idee come libertà di coscienza e nonviolenza), e in seguito ripubblicata col gandhiano titolo L’obbedienza non è più una virtù. Testo che costerà una denuncia, un processo penale e una condanna a Milani e a Luca Pavolini, direttore di Rinascita, discendente del gerarca fascista e amico d’infanzia di Lorenzo (il quale, dopo un’iniziale assoluzione nel 1966, sarà invece giudicato colpevole dopo la morte).

Poi, a maggio del 1967, circa un mese prima della scomparsa di Don Milani, la Libreria Editrice Fiorentina pubblica l’altrettanto storica Lettera a una professoressa: pamphlet (che, con l’altro sull’obiezione di coscienza, diverrà uno dei Manifesti d’un 1968 quasi alle porte) scritto da Lorenzo insieme a 8 ragazzi della scuola di Barbiana. Dato di partenza: sono i circa 460mila studenti (tra cui, anche 2 barbianesi) respinti annualmente, con le bocciature, dalla scuola dell’obbligo: nella quasi totalità figli di famiglie operaie e contadine.

Diagnosi: l’incapacità della scuola italiana, con ordinamenti vecchi e un orientamento di fondo sottilmente classista, di preparare realmente i giovani alla vita reale; attuando, al tempo stesso, la Costituzione, specie l’articolo 3 sull’uguaglianza di “diritti inalienabili” e “doveri inderogabili” di tutti i cittadini. Un saggio di cui, negli anni seguenti, si venderanno, con la diffusione internazionale, più di venti milioni di copie. Nel 1967, la Chiesa cattolica è in piena discussione delle innovative tesi del Concilio Vaticano II: che rende giustizia alle critiche fatte, nei decenni precedenti, da cattolici fortemente innovatori come Ernesto Buonaiuti, Primo Mazzolari, Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, e, appunto, Don Lorenzo Milani. Nel 2017, per i 50 anni dalla morte del priore di Barbiana, Papa Francesco, in visita ufficiale alla sua tomba, riconoscerà il valore della sua battaglia per una Chiesa più trasparente, una società più libera, una scuola davvero all’altezza dei suoi compiti.

Ma, ragionando in modo più obbiettivo possibile, è sempre pienamente attuale, oggi, la lezione di Don Milani? Sì, a condizione di guardare all’essenziale, sfrondandola da certi aspetti, toni, ragionamenti variamente influenzati (ma non scordiamo che siamo negli anni Sessanta, e nella rossa Toscana!) dal solito massimalismo comunisteggiante. Quando Don Lorenzo, nei suoi scritti, parla di borghesia imprenditoriale e movimento operaio, pur non essendo affatto un “fiancheggiatore” del Pci, non riesce ancora a uscire dalla tipica visione manichea dell’epoca (i capitalisti cattivi e gli “angeli in tuta blu”, per capirci). Mentre, criticando la Chiesa di Pio XII (che osteggia decisamente il suo libro Esperienze pastorali), e anche quella di Papa Giovanni e Paolo VI, comprensibilmente incerta nella piena attuazione del Concilio, a tratti assume anche i toni del predicatore medievaleggiante (è nota, per esempio, la contrarietà del priore di Barbiana a qualsiasi momento di distrazione ludica dei giovani, dal ballo al semplice biliardino!).

Infine, se il pamphlet L’obbedienza non è più una virtù risulta attualissimo anche oggi, e in passato contribuì a preparare il terreno alla legge nazionale del 1973 (che, sull’esempio di altre democrazie industriali, riconosceva il diritto all’obiezione di coscienza contro la difesa in armi concepita come unica forma di difesa collettiva), altro discorso va fatto per la pur pregevole Lettera a una professoressa. Nel senso, soprattutto, che non è possibile oggi, 55 anni dopo (e dopo, soprattutto, le ubriacature massimaliste del 1968 e dintorni), parlare per la scuola italiana – come, invece, alcuni continuano a fare – né di classismo, nè, a maggior ragione, di sadiche tendenze a bocciare gli alunni.

In una scuola dove, oggi, semmai sono i poveri professori a sentirsi continuamente sotto esame: da parte d’ una platea fatta di studenti spesso infarciti d’un ideologia non libertaria, ma contro qualsiasi forma di autorità: spalleggiati da famiglie spesso prevenute contro gli insegnanti, e anche da docenti opportunisti, sempre pronti, “more italico”, a “cavalcare la tigre” (tutto questo, sia chiaro, non certo per dire che nella scuola italiana, anche oggi, non vi siano profonde storture, anzi!). Siamo sicuri che se Don Milani fosse vissuto altri vent’anni, da amico sia del Vangelo che della ragione laica, avrebbe sicuramente rivisto queste sue posizioni. Questo, chiaramente, nulla toglie alla forza della sua battaglia, all’averci insegnato che, specie dopo le sanguinose tragedie del XX secolo, in ogni scenario – nella Chiesa, in politica, sotto le armi, nella scuola – “L’obbedienza”, appunto, “non è più una virtù”.