“Il crogiuolo”: Noi Dio

Ma che cosa c’entra Dio, nella nostra vendetta terrena? Dio e il demonio sono solo il nostro “doppio”: noi siamo sempre e comunque, in ogni luogo in cui ci troviamo a vivere pensare, formare e distruggere società “civilizzate”, noi siamo dunque un Giano Bifronte. Con l’una faccia tiriamo di spada con il mondo intero credendoci onnipotenti, e quindi simili a Dio se non Dio stesso; e con l’altra diamo di matto lasciando che la Corda Pazza pirandelliana distrugga ciò che la corda pseudo divina ci ha ispirato. Ma, insomma: “Chi siamo noi? Un crogiuolo eterno di paure superstizioni, rancori, vendette, sangue e morte? Sì, purtroppo, ci dice Arthur Miller nel suo Il crogiuolo, in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 27 novembre, per la magica regia di Filippo Dini, assistito da un cast eccezionale di attori, tutti davvero bravissimi e in perenne, forsennato movimento con gesti, parole, interlocuzioni tra i vari personaggi sempre al di sopra delle righe, perché anche Iddio ascolti le loro folli ragioni.

Noi, quindi, siamo essenzialmente impastati nel Male che ci fa vivere molto più a lungo del Bene. E sì, perché per il Bene si è disposti a sacrificare la propria vita. Mentre per il Male si è prontissimi a sacrificare quella altrui. Fosse pure quest’atto d’omicidio dedicato a un dio feroce, a un totem che deve portarci la pioggia in un tempo di siccità estrema, ecco tutto e nulla giustifica questa immensa sete di potere dell’Homo hominis lupus: siamo cannibali inguaribili, per metafora o per davvero. Ma che importa? Nel mondo creato dall’uomo, essere malato e malforme dell’immagine di Dio, non c’è che desiderio di dominio, come assenza dell’anima mistica, per un vuoto che non ci riempie mai, nemmeno quando fatichiamo come tanti Sisifo a riempirlo di cose, sesso, potere e denaro. Ma quando sei in una società piccola, bigotta, chiusa su se stessa, come ai tempi di quella Salem di coloni del 1692, allora lo specchio deformato della realtà selvaggia che ti circonda, la paura estrema, irrazionale dell’altro, del selvaggio, del diverso da te perché non conosce il Dio di cui ti fai giudice esecutore in terra, allora davvero le cose si complicano. Basta il seme della paura, l’inseguire quella parte nera e oscura del Giano che è in te per scatenare l’eccidio, a partire da un mondo di fantasmi. Esattamente ciò che racconta Luis Buñuel nel suo L’angelo sterminatore di molti anni fa: una piccola comunità di gaudenti improvvisamente si trova imprigionata sulla soglia di casa diventata diga, barriera insormontabile senza neppure la lontana parvenza di un mattone o di un soldato pronto a uccidere chiunque osi varcarla. Perché la prigione immaginifica della mente è qualcosa di ben più tremendo della Lubiana, il luogo privilegiato delle torture, della delazione, del tradimento del sangue del proprio sangue.

E, guarda caso, la parte peggiore del tutto è una “transizione”: quella, per capirci, dall’adolescenza alla gioventù, quando maturano le condizioni adatte per l’attivazione del sistema riproduttivo e la spinta ormonale si fa tempesta. Allora, può accadere che il Diavolo accenda le sue candele nere all’interno di una coppia di agricoltori, John, il vigliacco-eroe, ed Elisabeth Proctor, una moglie che ha perso l’attrazione per il proprio marito a causa delle gravidanze ravvicinate. Cosicché accade che, per difetto di carnalità, sia lui, gettando alle ortiche il suo “Pupo” pubblico, a violare nella stalla della loro rudimentale fattoria le grazie virginali di una ragazzina, Abigail Williams, che serviva presso la sua casa, non rendendosi conto che quelle promesse d’amore fatte a una vergine su di un pagliericcio rudimentale valgono ben più di un rapporto carnale. E la vera strega vendicativa sarà proprio lei, Abigail, la nipote del parroco frustrato di quella piccola comunità: lui la vera, incontrastata autorità riconosciuta del paesello, non fosse altro perché proprietario dell’unico posto di riunione e di socializzazione!

Ed è proprio in quel luogo che si vorrebbe sacro, tra sacrestia e chiesa, che si celebreranno i processi per stregoneria che fecero centinaia di vittime per impiccagione e condanne alla prigione comminate in due ondate successive, che vanno la prima dal 1647 al 1688 e la seconda, nel 1692 ancora più tremenda e dalla quale prende le mosse il dramma di Miller. E a scatenare l’inferno sono due soggetti collettivi: il primo costituito da un gruppo di giovani e invasate ragazze, guidate dalla vendicativa Abigail, con la complicità da Tituba, la giovane schiava negra delle Barbados al servizio del reverendo Samuel Parris, che le invita a danzare un sabba infernale attorno a una pentola di liquido bollente, utilizzata dalla sua comunità africana per i riti magici. Tipo di danza, quest’ultimo, assolutamente proibito all’interno di quella comunità religiosa e che sarà foriero di tutte le sue disgrazie, perché quel gruppo di giovani incoscienti, prese da un gioco più grande di loro, saranno le feroci promotrici di una vera persecuzione e di un dramma collettivo sociale ed esistenziale. In quello scenario da incubo, sarà sufficiente, infatti, fare un nome per scatenare quella sorta di Santa Inquisizione nordamericana (tale e quale all’ondata di demonizzazione maccartista che colpiva in quel 1953 il diverso e appestato politicamente, perché simpatizzante dei “rossi”, nel senso di filocomunisti), che prenderà le loro finte visioni per delle rivelazioni autentiche di presenze demoniache. Il secondo individuo collettivo del dramma milleriano è a questo punto l’intera collettività che, nella sua condotta isterica, si comporterà, per l’appunto, come un solo uomo: persone vere che si faranno macina, opportunisti delatori, infami profittatori per appropriarsi attraverso la condanna di innocenti dei beni altrui, in una società in cui i diritti di proprietà erano ancora scarsamente regolati.

Allora, dove sta il Bene? Nel Male. Il solito Yin e Yang del personaggio umano: il prete più giovane, Reverendo John Hale, parroco di Beverly capoluogo della Contea, che pure ha firmato assieme al suo collega anziano condanne a morte in quello stranissimo tribunale civile e religioso regolato dalla Bibbia, ebbene sarà proprio Hale, dopo la condanna a morte di John, a capire l’arcano: per salvarsi, occorre autoaccusarsi testimoniando il falso e accusando a propria volta altri di complicità con il demonio. Senza rendersi conto che è proprio questo il meccanismo che fa girare la ruota della morte di quel suo Tribunale speciale: più confessioni estorte, più incarcerati da torturare, più finti colpevoli da arrestare, più giudizi da produrre per dare peso e spessore a quella sete insaziabile di potere che si nasconde sotto la tonaca di Dio. Molto affascinante la scenografia, con pareti mobili e buie che si ricompongono ora nella stanza del reverendo Parris, dove sul letto giace Betty, la sua figlia posseduta dal demonio; ora sull’ambiente della sacrestia, e infine su quello casalingo della casa a due piani di John Proctor e di sua moglie, in cui i dialoghi coniugali sono la parte più umana e straziante di tutto l’impianto narrativo. Spettacolo imperdibile. Peccato la breve durata delle repliche.