L’Italia in guerra e le contraeree economiche

Siamo in piena guerra economica, lo sappiamo. E sappiamo anche che la nostra contraerea di finanza pubblica ha una forza di fuoco limitata. Per non lasciare imprese, lavoratori e professionisti a combattere con gli stivali di cartone, è allora indispensabile creare armi nuove.

Mario Draghi, sulle colonne del Financial Time, ha scritto che la risposta sta nel debito pubblico. In tempo di guerra, ha precisato, gli Stati si possono e anzi si devono indebitare. Oltre al debito, ha aggiunto, gli Stati possono dare liquidità al sistema anche garantendo il prestito concesso dalle banche ai privati e casomai sostituendosi a questi nella restituzione. Insomma, nella sostanza, debito pubblico senza limiti e garanzie pubbliche senza limiti, questa è o sarebbe la ricetta di guerra.

Una strategia di questo genere, se condivisa dall’Unione europea – ad oggi, tuttavia, la condivisione sembra una chimera – determinerebbe probabilmente una crescita immediata dell’economia. Passati i bombardamenti, però, vi sarebbe il rischio di trovarsi di fronte a macerie uguali o superiori a quelle che avrebbero prodotto i bombardamenti stessi.

In parole semplici, passata l’emergenza, fatto il debito, qualcuno dovrà pure pagarlo. E non è sicuro che le economie nazionali siano in grado, a quel punto, di farcela, perché non è affatto certo che questo gigantesco debito si ripaghi da solo. La storia economica ha dimostrato che il mitico moltiplicatore keynesiano è, appunto, un mito. Nell’economia reale, come attestano numerosi studi, il debito pubblico non ha mai dato i risultati teorizzati: pur quando ha determinato una crescita immediata, non si è mai autopagato integralmente, se non in rari casi e per periodi limitati.

Ma questo, in fondo, lo aveva scritto anche Keynes, solo che la sua teoria, a un certo punto della storia, è stata presa e affogata nell’ideologia marxista e quindi ha perso la sua originaria coerenza. Keynes, da un certo punto in poi, è diventato l’inventore della teoria del moltiplicatore in salsa comunista.

Vi è poi un aspetto politico centrale. Prendiamo per buona la prospettiva del debito e diamo per scontata che l’Unione accetti questa strategia. Ammettiamo pure che lo Stato italiano riesca a garantire la liquidità necessaria alle imprese e che il sistema creditizio si accodi. Che scenario avremmo alla fine della guerra? Più o meno questo: un sistema economico completamente drogato, perché non solo sarà un sistema a debito, ma sarà anche dipendente. La finanza statale dipenderà dalla finanza internazionale, da quella dell’Unione, della Banca centrale europea e da quella di Stati esteri dotati in proprio di liquidità; i privati dipenderanno a fil doppio dallo Stato.

 Ci troveremmo di fonte, quindi, non solo, come detto, a una economia a debito, ma anche a una nuova statalizzazione dell’economia. Questo è il vero nodo politico che si deve affrontare, che il Parlamento deve discutere e sul quale il corpo elettorale dovrebbe essere chiamato a esprimersi. È inutile girarci intorno: o si sceglie di andare verso un sistema economico di stato eterodiretto, oppure si ha il coraggio di andare verso un’economia e un fisco d’ispirazione liberale. Il che non significa liberista, non vuol dire smantellare il sociale, la sanità pubblica e altri servizi primari. Significa non ricorrere soltanto o principalmente al debito e non contare solo o principalmente su interventi pubblici.

Come ho scritto su queste colonne, l’Italia ha un potenziale straordinario, con una ricchezza privata incomparabilmente superiore a quella di qualsiasi altra economia avanzata: oltre 10 mila miliardi, dei quali la metà in titoli, denaro liquido, oro. Questa ricchezza dallo Stato può essere utilizzata in due modi: come base di tassazione, per un’imposta patrimoniale, e sarebbe scelta suicida; oppure come serbatoio per investimenti privati nell’economia reale. Il fisco, in questa ipotesi, potrebbe diventare la chiave di volta per incentivarli. Si potrebbe prevedere la detassazione degli utili da essi derivanti, unitamente alla corresponsione da parte dello stato di interessi attivi sugli investimenti stessi.

Sarebbe una rivoluzione, culturale e politica anzitutto. Saremo disposti? O saremo allettati e allattati, ancora una volta, dal caldo tepore del seno di mamma Italia che si indebita per noi e i nostri figli?

(*) agiovannini.it