La nazionalizzazione dell’economia nel decreto rilancio

Il “Decreto rilancio” prevede il ritorno massivo dell’economia di stato. Una scelta simile deve preoccupare perché riproduttiva di politiche fallimentari che hanno contrappuntato il corso della storia italiana. In più, ostacolando il libero sviluppo dell’imprenditoria e del lavoro secondo le regole di mercato, distorce la concorrenza, confina le aziende italiane negli angusti recinti nazionali, ormai inappropriati alle dimensioni delle concorrenti aziende cinesi, indiane, statunitensi, e finisce per spostare fiumi di denaro pubblico dai “punti di partenza” ai “punti di arrivo” della catena del valore, ossia dalla produttività all’assistenza o quasi-assistenza.

Il “decreto rilancio”, come detto, mette nero su bianco questa scelta. A consacrarla non è soltanto la nazionalizzazione di Alitalia con la costituzione di una nuova società (art. 202), quanto la creazione di “Patrimonio rilancio” (art. 27), un’appendice di Cassa Depositi e Prestiti, ossia del Ministero dell’economia. “Patrimonio rilancio” potrà soccorrere le società per azioni italiane con fatturato superiore a 50 milioni di euro, apportando in esse le finanze necessarie per la prosecuzione dell’attività o per il salvataggio, con sottoscrizione di azioni, acquisto di obbligazioni e via dicendo, ed entrando nella loro cabina di comando.

Queste operazioni potranno essere compiute per i prossimi dodici anni. Avete letto bene, non è un errore di trascrizione: dodici anni! Ma vi è di più. Per il 2020 “Patrimonio rilancio” potrà contare sull’emissione di specifici titoli di debito statale per 44 miliardi. Neppure questo è un errore di scrittura: 44 miliardi a debito per il 2020!

Madame et monsieur, les jeux sont faits, rien ne va plus, vien da dire: la statalizzazione è partita. Questo, peraltro, è l’obiettivo esplicito di alcune forze di governo, in particolare del Movimento 5 Stelle. Come scritto nel suo programma economico, “la partecipazione dello Stato nella vita industriale del Paese... nellottica di una maggiore sovranità nazionale”, così come “l’intervento dello Stato nelle missioni produttive e innovative, ha lo scopo di valorizzare ... programmi di investimento indirizzati a settori strategici. In tale ampia strategia può ritenersi utile favorire la partecipazione pubblica in imprese”. Ecco qua: il piatto ideologico è servito.

Per contrastare questa impostazione, non interessa, per il momento, approfondire la storia industriale del Paese e dimostrare per questa via l’inadeguatezza della decisione, oppure rimarcare le differenze abissali tra gli anni successivi alla seconda guerra e il tempo che ci è dato vivere, rileggere l’esperienza disastrosa dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri) e men che meno importano, adesso, discorsi sulle politiche d’ispirazione keynesiana o su quelle liberali.

Quel che interessa è accendere i riflettori su decisioni di politica economica rilevantissime che, nel silenzio quasi generale, sono state prese dal Governo in carica e che, proprio perché molto importanti, incideranno pesantemente sul futuro degli italiani, sul sistema economico del Paese, sulle relazioni internazionali e sui rapporti geopolitici.

Scelte, però, che non sono state dettate dall’emergenza di queste settimane. Non dobbiamo prestarci alla mistificazione della realtà. Per mantenere lucidità di ragionamento e serietà di giudizio, dobbiamo gettare la maschera del “politicamente corretto”: l’emergenza, a tutto concede, le ha accelerate, ma esse erano già scritte nel libro programmatico della principale forza di maggioranza, alla quale l’azione di governo si deve giocoforza piegare, come infatti si è concretamente piegata.

A questa complessa operazione di politica economica messa silenziosamente in piedi da Palazzo Chigi, si potrebbe peraltro dare anche una lettura diversa, malevola, anzi diabolica.

Come già detto, “Patrimonio rilancio” ha a disposizione, per il 2020, 44 miliardi sotto forma di ulteriore debito, che il Ministero reperirà con l’emissione di appositi titoli di stato. Ora, se volessimo pensar male, potremmo ipotizzare che l’intera operazione ha in realtà un doppio fondo, come fosse il baule di un prestigiatore. Il fondo che si fa vedere con intento ipnotico è dipinto dei tre colori della bandiera italiana ed è propagandato come salvataggio patriottico; il fondo che non si fa vedere, invece, nasconde altre bandiere, a iniziare da quella cinese. La possibilità di emettere nuovi titoli di stato per una cifra estremamente rilevante, potrebbe infatti consentire a investitori stranieri di acquistarli e quindi di influenzare, nei fatti e per i prossimi decenni, le strategie industriali di alcuni comparti. Insomma, detto brutalmente, con accordi commerciali collegati alla sottoscrizione dei titoli di stato o con patti politici e, per così dire, parasociali, questi investitori e gli Stati che essi rappresentano potrebbero riuscire ad entrare senza colpo ferire nei salotti dai vetri oscurati dell’economia italiana.

A pensar male, com’è noto, si finisce dritti dritti all’inferno. E siccome io preferisco la via luminosa e fresca del paradiso, abiuro immediatamente.

(*) agiovannini.it