L’ammutinamento dei giocatori del Napoli di fronte all’ordine del presidente Aurelio De Laurentis di andare in ritiro e la protesta dall’allenatore dell’Inter, Antonio Conte contro la dirigenza cinese che non ha assicurato i rinforzi estivi richiesti, sono stati considerati come i segni inequivocabili di una evoluzione del sistema calcio verso un modello in cui giocatori ed allenatori non sono più dipendenti ma vere e proprie aziende personali che operano all’interno dell’azienda principale.

L’osservazione è più che mai giusta. Il tempo in cui i calciatori e gli allenatori (non solo quelli di livello internazionale ma anche quelli di livello nazionale della serie A ed anche della serie B) erano dei semplici dipendenti di presidenti padri-padroni, è finito da un pezzo. Ma quali potrebbero essere le regole da definire per rendere possibile la convivenza tra le aziende personali dei singoli giocatori e l’azienda-madre all’interno della quale operare? Il mistero è fitto. Ed il rischio che l’innovazione porti ad una regressione, con una sorta di autogestione post-sessantottina delle singole aziende in perenne conflitto tra di loro oltre che con l’azienda dell’allenatore oltre quella del presidente, è altissimo. Talmente alto da far rimpiangere ai tifosi (che poi sono i veri padroni del sistema) i tempi in cui i presidenti mecenati e padri-padroni si comportavano come un mitico presidente bolognese che esibiva un rotolo di denaro e soleva dire: “Se serve qualcosa: sine qua non, siamo qui noi!”.