Usa 2020, tra i frettolosi non poteva mancare Papa Francesco

Nonostante l’incoronazione mediatica di Joe Biden e le successive congratulazioni giunte da mezzo mondo, non c’è ancora una sicurezza matematica sul reale vincitore delle elezioni presidenziali americane e su chi sarà il comandante in capo degli Stati Uniti per i prossimi quattro anni. La pressione dei media, dei social e di alcuni poteri interessati a favore di Biden è evidente e fortissima, ma Donald Trump, che non è stato abbandonato, come si vuole far credere, né dalla propria famiglia e nemmeno dal Partito Repubblicano, non ha alcuna intenzione di arrendersi. Il sentiero è stretto per il tycoon, tuttavia alcuni Stati continuano a contare e a ricontare i voti, fra questi la Georgia dove si procederà ad un riconteggio manuale, quindi sono ancora possibili sorprese e ribaltamenti. Per sbrogliare la matassa di un’altra elezione presidenziale complicata, quella che vedeva contrapposti Al Gore e George Walker Bush nel 2000, fu necessario attendere per più di un mese, perciò, indipendentemente dalla simpatia o antipatia per l’uno o l'altro candidato, sarebbe opportuno riservare un po’ di pazienza anche alla sfida fra Biden e Trump. Se poi il vantaggio del primo sul secondo diventerà chiaro ed incontestabile, ne prenderemo tutti atto e non vi saranno suicidi di massa fra i supporter di Donald Trump. Pazienza e prudenza, alle quali stanno facendo ricorso persino le altre due potenze globali, Russia e Cina, che non sono proprio amiche, soprattutto la seconda, dell’America trumpiana, e dovrebbe imporre delle riflessioni il fatto che sia Vladimir Putin che Xi Jinping non si siano ancora sbilanciati con le congratulazioni al presidente eletto, secondo le proiezioni mediatiche, Joe Biden.

Esiste però una parte dell’America e del mondo, potente e forte, che pretende subito un risultato netto di queste presidenziali ed è disposta anche a calpestare garanzie e valori della democrazia americana pur di ottenerlo. Colui che nel 2016 umiliò a sorpresa Hillary Clinton ed un certo sistema di potere, deve rappresentare un incidente della Storia da estromettere dalla politica il più presto possibile. A chi ha tutta questa fretta, si è accodato anche il Papa, che ha già provveduto a telefonare a Joe Biden, promettendogli anni sereni di lavoro comune. Non sorprende nemmeno più di tanto la “benedizionebergogliana perché essa è coerente con l’agenda politica di questo Pontefice, disinteressato a livello spirituale, ma attivo sul fronte delle istanze globali radical-chic. Non a caso, egli confida di lavorare bene con Biden sul clima, ossia sulla difesa dell’ambiente trasformata in ideologia illiberale ed anti-economica, sui poveri, cioè tramite il pauperismo socialista, ed infine sui migranti, e vale a dire attraverso il terzomondismo irresponsabile. Jorge Mario Bergoglio chiama Joe Biden non soltanto perché quest’ultimo rappresenterebbe il primo presidente cattolico, dopo John Fitzgerald Kennedy, ma in particolare perché un’eventuale presidenza Biden, a differenza dell’amministrazione Trump, sarebbe maggiormente funzionale ai desiderata della Chiesa di questo tempo, così politicizzata e partigiana.