Primo Maggio: festa del lavoro o la “festa al lavoro”

Le economie capitalistiche sono sistemi economici di sottoccupazione. In un’economia di mercato è considerata fisiologica una disoccupazione entro il 5 per cento della “forza lavoro attiva”, ovvero i residenti in Italia che hanno un’età compresa tra i 16 e i 67 anni: in sostanza, i giovani in età lavorativa e quelli fino al limite d’età previsto per ottenere la pensione di vecchiaia.

Il tasso di disoccupazione che supera il 5 per cento è da considerare come una situazione patologica del cosiddetto mercato del lavoro. I dati provvisori, forniti dall’Istat a febbraio di quest’anno, indicano un tasso medio patologico di disoccupazione in Italia dell’8,5 per cento, con differenze sostanziali tra le regioni del Nord, del Sud e delle Isole. In realtà, il dato non considera i lavoratori che sono in Cassa integrazione straordinaria. Le situazioni di crisi numericamente più importanti aperte attualmente al MiseMinistero dello Sviluppo economico – sono 69 e coinvolgono circa 80mila persone a rischio di perdita del posto di lavoro. La Cassa integrazione straordinaria è l’anticamera del licenziamento collettivo e quindi della disoccupazione.

I dati Istat non rilevano le situazioni di crisi strutturali delle piccole imprese e quindi i lavoratori potenzialmente disoccupati sono in numero significativamente superiore ai dati rilevati. Il Sole 24 Ore, nell’edizione del primo maggio, titolava “Lavoro, domanda da 1,5 milioni di posti ma per il 40 per cento mancano le competenze”. Come si può conciliare una situazione patologica di disoccupazione in Italia con il fatto che non si trovino 600mila lavoratori dipendenti per carenze di competenze specifiche? Quali sono le motivazioni?

A mio modesto avviso, le cause sono da individuarsi nella pletora di ammortizzatori sociali che hanno creato le condizioni per incentivare il non lavoro. Gli ammortizzatori sociali vigenti nel nostro Paese non trovano riscontro negli altri Stati occidentali, dove i lavoratori momentaneamente inoccupati percepiscono l’indennità di disoccupazione. In Italia gli ammortizzatori sociali, che si sono stratificati nel tempo, sono un elenco infinito: Cassa integrazione ordinaria, straordinaria, in deroga, Reddito di cittadinanza, Reddito di emergenza e di inclusione. Senza considerare normative speciali quali: mobilità, mobilità lunga, prepensionamenti. I sindacati confederali e autonomi, per cercare di garantire il posto del lavoro e non il lavoro, hanno fatto l’interesse dei lavoratori?

Eppure, se le ingenti risorse – destinate agli ammortizzatori sociali e a pseudo corsi di formazione – fossero utilizzate per formare i lavoratori direttamente nelle imprese, in modo da permettere alle stesse aziende di crearsi in house le competenze che sono loro necessarie, si creerebbero le condizioni per il lavoro stabile e di qualità. Piuttosto che pagare i cosiddetti navigator e il Reddito di cittadinanza, investiamo le risorse in formazione vera: la scuola di ogni ordine e grado e l’azienda. Più che la festa dei lavoratori i sindacati hanno fatto la festa al lavoro!