Democrazia ferita

In un Paese serio risulterebbe inconcepibile che un presidente del Consiglio dei ministri lavori sottotraccia per scompaginare i partiti politici che lo sostengono. Parrebbe che ne sono coinvolti, oltre lo scissionista Luigi Di Maio, i cosiddetti governisti di Forza Italia e della Lega. L’operazione è ancora più grave per un premier, nominato da un presidente della Repubblica, che non ha alcuna legittimazione popolare.

La prassi ormai consolidata di formare governi presieduti da tecnocrati nasce dalla interpretazione, di parte, che i governi, secondo la nostra Costituzione, non sono espressione del voto popolare ma si formano in Parlamento a prescindere dall’indicazione data con il voto dai cittadini-elettori. Se formalmente nulla osta ad una pessima consuetudine, nell’aspetto politico è un fatto estremamente grave.

I partiti politici, nelle vere democrazie, non si renderebbero disponibili ad avallare governi contro la volontà dei propri elettori. Sarebbero travolti dalla indignazione popolare. Se ad esempio in Israele chi vince le elezioni non raggiunge la maggioranza assoluta nella Knesset e non riesce a formare un governo, si indicono senza indugio nuove elezioni. In altri Paesi non sono rari governi di minoranza, ma comunque sempre espressione della volontà popolare.

La vera causa dell’astensionismo in Italia è da addebitare a questa anomalia che di fatto viene recepita come una sospensione della democrazia. Il cittadino-elettore ha assunto la consapevolezza che il suo voto è inutile e quindi non va a votare.

Altro elemento sostanziale della disaffezione alla politica degli italiani è la caduta verticale della qualità della classe politica. Nella Prima Repubblica la classe dirigente era il risultato di militanza ed esperienza politica fatta sul campo. I veri professionisti della politica non avrebbero mai consentito la sospensione della democrazia e non avrebbero delegato le funzioni di capo del governo ad un soggetto estraneo alla politica.