Anche Boris Johnson si è rin(g)retinito

Il premier britannico Boris Johnson ha tenuto e tiene il punto in maniera coerente circa la Brexit, e i negoziati con l’Unione europea non ancora giunti al termine, interpretando quell’orgoglio nazionale del Regno Unito che non soffre di complessi d’inferiorità di fronte ai burocrati di Bruxelles. Ma in altri campi, l’inquilino di Downing Street non si è rivelato sempre lineare e talvolta è apparso slegato dall’approccio tipico del conservatorismo liberale anglosassone, pur essendo, come è ben noto, il leader del Partito Conservatore d’oltremanica. All’inizio della pandemia, Johnson parlò di immunità di gregge, venendo immediatamente deriso ed attaccato dal pensiero sanitario corretto, perché ormai esiste anche questo, oltre al politicamente corretto, sebbene egli non invocasse affatto l’irresponsabilità o il menefreghismo assoluto dinanzi al virus. Riteneva, con spirito realista, controproducente, e più letale del Covid, chiudere il mondo, limitare la libertà delle persone e bloccare l’economia, (un criterio che oggi appare sempre meno folle agli occhi di almeno una parte dell’opinione pubblica mondiale). Tuttavia, il premier conservatore si è allineato poi, forse perché condizionato da alcuni attacchi virulenti, a quei Paesi che procedono a colpi di lockdown e ritengono che il diritto alla salute autorizzi a conculcare le libertà. Una filosofia lontana dagli insegnamenti lasciati in eredità da Margaret Thatcher.

Adesso Boris Johnson si scopre anche ambientalista, tant’è che promuove un piano, già formalmente presentato in Parlamento, di dieci punti, che prevede un investimento pubblico di 4 miliardi di sterline al fine di combattere il cosiddetto riscaldamento climatico globale. La sostanza è rappresentata da una decisione piuttosto radicale, ossia il divieto di vendita nel Regno Unito, a partire dal 2030, di veicoli alimentati a benzina e diesel, i quali dovranno cedere il posto alle auto elettriche. Anche le abitazioni private saranno soggette all’obbligo di riconvertire i loro impianti di riscaldamento. La difesa dell’ambiente in cui vive tutta l’umanità non è o perlomeno non dovrebbe essere prerogativa di una sola parte politica, quindi anche i conservatori e i liberali non sognano certo i cieli ingrigiti dallo smog o magari di nuotare in mari anneriti da oli esausti, ma c’è modo e modo per preoccuparsi del clima e della natura. Intanto, soprattutto per chi è leader di un partito e di un Governo conservatori, è saggio rimanere a distanza di sicurezza da una certa vulgata internazionale, che ha trasformato la tutela della terra in un’ideologia di parte, con tanto di dogmi indiscutibili, quando poi l’esistenza del riscaldamento climatico rimane una questione ancora del tutto discutibile, e che ha usato via via vari testimonial, celebri o divenuti tali nel tempo, dall’ex-vicepresidente americano Al Gore alla giovane svedese Greta Thunberg. Un’ideologia settaria che non vuole dare consigli al mondo, e nemmeno accettare suggerimenti o la ragionevolezza di posizioni intermedie, bensì imporre restrizioni e minare così la qualità della vita degli abitanti di questo pianeta. Un conservatore occidentale non può accettare tale integralismo.

Se si vuole puntare ad un parco auto sempre più elettrico e sempre meno dipendente dai combustibili fossili, si cerchi semmai di rendere attraenti e più convenienti i veicoli elettrici così da spingere i consumatori a scegliere maggiormente questa possibilità, ma in totale libertà e senza costrizioni dall’alto. In particolare, senza massacrare le case automobilistiche, le quali infatti hanno già respinto il piano “green” di Boris Johnson. Il divieto di vendita di auto diesel e a benzina partirà dal 2030, ma è bastato l’annuncio del Governo britannico di questi giorni a gettare nel panico i grandi marchi del settore automobilistico, e in un momento in cui l’economia mondiale si trova ad essere fortemente compromessa dalla pandemia, la svolta ecologista di Johnson non aiuta a rasserenare gli animi. L’ambientalismo convertito in ideologia è il peggiore nemico della crescita economica. Infine, è difficile pensare ad un mondo nuovo attraverso il dirigismo statale e il dispendio di denaro pubblico, quindi, per fare un esempio, gli investimenti miliardari per il clima di Johnson non sarebbero mai stati approvati dalla compianta Margaret Thatcher.