In regalo rancore e preoccupazione

Non c’era bisogno di indagini demoscopiche per capire cosa, da Mario Monti in poi, ci abbia regalato il centrosinistra. Al netto delle sciocchezze che si sentono e si sono sempre sentite dalle parti del centrosinistra, il Paese non è uscito per niente dal tunnel. Abbiamo scritto più volte che non può bastare una ripresina congiunturale e qualche timido segnale di crescita a macchia di leopardo a dichiararci fuori dalla crisi.

Va da sé, infatti, che se l’Italia fosse stata un Paese normale così come la gran parte dei partner europei, una crescita del Pil di un punto e mezzo avrebbe significato ben altro. Da noi invece non è così e non può essere così, perché la macchina statale è un gigante costoso, menefreghista e inefficiente, il debito è irrefrenabile, il rapporto fra cittadini e amministrazione è incandescente. Da Monti in giù si è pensato all’Europa piuttosto che all’Italia, all’assistenza piuttosto che allo sviluppo, alle clientele piuttosto che alle necessità, ai rammendi piuttosto che ai tagli.

Insomma, come sempre nella sua storia il centrosinistra pur di mantenere in vita l’ipocrisia intellettuale che ci ha rovinati, ha solo messo pezze a colori e toppe inutili. L’Italia per ripartire avrebbe dovuto essere sferzata con scelte coraggiose e completamente nuove per meglio sfruttare la politica accomodante di Mario Draghi. Al contrario, invece, Mario Monti ha iniziato senza pietà con tasse, balzelli, vantaggi alle banche. Infatti, la scusa usata allora sul Monte dei Paschi di Siena, che è la stessa usata da Renzi su Banca Etruria and company, non tiene da nessuna parte. Uno Stato serio volendo potrebbe tutelare i risparmiatori anche lasciando chiudere qualche banca. Basti pensare a quanti istituti di credito siano saltati nel mondo a causa dei subprime, senza generare guerre civili e carestie terrificanti fra la gente.

La realtà è un’altra, da noi lasciar andare qualche banca significherebbe consentire l’accertamento chiaro degli imbrogli, degli sperperi, dei favoritismi e delle speculazioni torbide con il denaro dei risparmiatori. Ecco perché nel nostro Paese le banche si salvano evitando così giudizi civili e penali che scoperchierebbero la pentola. Lo stesso è valso per la Legge Fornero che ha colpito i poveri cristi, pur di non mettere mano ai veri motivi che hanno depredato e depredano la previdenza. Il problema dell’insostenibilità pensionistica, infatti, non è certo e solo quello dell’allargamento della vita, ma di un impianto iniquo, vergognoso e clientelare che andrebbe cancellato per onestà e giustizia sociale.

Eppure si è preferita la solita via dell’ipocrisia con la scusa dei diritti acquisiti e dell’Europa. Per non parlare dei bonus, dei costi per una immigrazione incontrollata, della finta chiusura di Equitalia, dell’abbandono del Sud e del flop sul Jobs Act. Il centrosinistra sa bene che i posti del Jobs Act non sono definitivi, che l’occupazione cresciuta tutto è fuori che stabile, che senza una sferzata fiscale e burocratica l’intrapresa e il lavoro non ripartiranno mai sul serio. Ecco perché diciamo che in questi anni il centrosinistra ha creato preoccupazione, esasperazione, disagio e rancore civile. Dulcis in fundo l’apparato pubblico, gli statali, sui quali si è continuato a tergiversare, e premiare indistintamente anziché sfoltire, efficientare e mettere in riga a favore della collettività. Ci sarà una ragione se l’Italia fra furbetti, assenteisti, passacarte e scalda sedie di Stato, è la macchietta d’Europa? Ci sarà una ragione se da noi è tutto pubblico o quasi, se il socialismo reale si è infilato ovunque, se lo statalismo ha permeato ogni angolo del sistema con il risultato che non funziona niente? Bene, anzi male, la ragione principale di tutto ciò è il centrosinistra, la sinistra, il cattocomunismo e l’ipocrisia radical chic, che pur di non perdere il potere ha rovinato conti e Paese. Il programma del centrodestra è un segno di coraggio, di inversione rispetto a questi anni, di sferzata economica che merita un ultimo e ulteriore atto di fiducia per cercare di cambiare le cose.