La sinistra “tassa e spendi” contro la flat tax

Partiamo dal principio che in Italia solo grazie al centrosinistra, ai comunisti, ai cattocomunisti, il fisco è diventato ossessivo, complicato, soffocante e persecutorio. La patologica considerazione del benessere e della ricchezza, nella matrice radical chic e cattocomunista, ha portato infatti non solo a tormentare l’intrapresa, ma a considerare nemiche tutte le fonti di guadagno e di reddito. Come se non bastasse nell’altrettanto patologica concezione dello Stato e della spesa pubblica del centrosinistra postcomunista, si è resa indispensabile l’applicazione del “tassa e spendi” per coprire sperperi, buchi, assunzioni clientelari, dissipazioni e statalismo inutile.

Il combinato disposto di queste due ipocrisie e devianze economiche rispetto al buon senso, ha condotto l’Italia a essere contemporaneamente fra i Paesi con le tasse più alte, complicate, vessatorie e con il debito pubblico fuori controllo. Dunque, a proposito di flat tax è proprio da qui che bisogna partire e cioè da quale effetto potrà avere una semplificazione tanto grande in un Paese da decenni ossessionato, esasperato dalla pressione, persecuzione e complicazione fiscale.

Perché da noi il vero punto di svolta e di domanda insieme, non può essere solo quello delle coperture, comunque ineluttabile e costituzionalmente obbligatorie. In Italia e qui sta tutta l’ipocrisia dei postcomunisti e cattocomunisti, l’introduzione di una riforma fiscale rivoluzionaria del tipo flat tax, può avere rispetto alle follie di sempre, lo stesso effetto della penicillina sulle infezioni quando fu scoperta, salvifico e rigenerante. Ecco perché viene da ridere quando il centrosinistra pur di attaccare la flat tax porta esempi e dati di Paesi che non hanno minimamente a che fare con il nostro contesto storico in tema  di tasse.

Il fisco da noi, grazie alla deformazione ideologica cattocomunista, ha sempre considerato i contribuenti un limone da spremere, un nemico da combattere, una collettività da esasperare.

Insomma non solo nel nostro Paese fra amministrazione e cittadini si è creata un’atmosfera da guerra permanente, ma i governi, specialmente a sinistra, hanno usato le entrate nel modo peggiore.

Il rapporto fra fisco e cittadini prima che sul portafoglio si basa sulla testa, sul rispetto reciproco, sul concetto di equità, sulla cultura della cosa pubblica. Bene, anzi male, in Italia tutto ciò non è mai esistito, anzi si è fatto strame della reciprocità, dei diritti del contribuente e della semplificazione di calcolo. Addirittura si sono fatte leggi a favore del fisco che consentono azioni uniche al mondo per sopruso e arroganza fiscale, insomma il cittadino verso il fisco è stato sostanzialmente privato di troppi diritti di difesa elementari. Da noi per combattere l’evasione che certo va sconfitta e contrastata puntigliosamente, si è ricorsi a strumenti esasperanti, talvolta improvvidi al punto da generare veri e propri drammi personali. Ecco perché la questione fiscale oramai può risolversi solo con una grande, grandissima pacificazione collettiva e con una semplificazione rivoluzionaria che cancelli ogni ricordo precedente. La flat tax può riuscirci, può offrire quello stimolo alla collaborazione, quella partecipazione convinta al salvadanaio comune, alla redistribuzione, al sostegno dei meno strutturati oltreché una spinta straordinaria ai consumi, alla produzione, agli investimenti. Per farla breve non ci sfuggono i limiti di una scommessa simile e l’ipotesi che inizialmente possano esserci flessioni nelle entrate, ma non sfugge nemmeno che in decenni tutti gli altri provvedimenti abbiano solo creato fallimenti e un clima da rivolta sociale.

La produzione della ricchezza, del benessere economico, dei fattori di sviluppo e di crescita, vanno stimolati e sostenuti così come tassati in modo equo, semplice e collaborativo, solo così può tornare la partecipazione vera al benessere collettivo legato alle entrate fiscali. Il centrodestra con la flat tax vuole provarci, il centrosinistra dice no a prescindere e con ipocrisia preferisce lo status quo, il quattro marzo gli italiani potranno dire la loro.