E’ suonata decisamente bizzarra l’affermazione del Procuratore Capo della Procura di Trani Carlo Maria Capristo secondo cui il proprio ufficio non informerà gli ispettori inviati dal Ministro della Giustizia Angelino Alfano degli sviluppi dell’inchiesta in corso in cui sembra coinvolto il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La bizzarria non è nella spiegazione giuridica dell’annuncio del magistrato pugliese. Cioè nel fatto che gli atti sono coperti da segreto istruttorio. E, quindi, non possono essere resi noti neppure agli ispettori ministeriali. E’, piuttosto, nella costatazione che il presunto segreto istruttorio è stata già abbondantemente violato. Sono giorni che la stampa nazionale, dopo le prime rivelazioni de “Il fatto” di Antonio Padellaro e Marco Travaglio, si è buttata a pesce nella vicenda raccontando in lungo ed in largo i dettagli delle telefonate intercettate in cui il Cavaliere ribadisce ai suoi interlocutori Giancarlo Innocenzi ed Augusto Minzolini la sua nota idiosincrasia per i conduttori della Rai schierati a sinistra. Naturalmente, nessuno immagina che ad infrangere il segreto istruttorio sulla vicenda sia stato il suo geloso custode rispetto agli ispettori mandati da Alfano. Sempre a stare alle rivelazioni della stampa nazionale il Procuratore Capo di Trani non può essere minimamente sospettato visto che avrebbe fatto di tutto per evitare atti inconsulti, come quello di emanare un provvedimenti di interdizione dai pubblici ufficiali nei confronti del Presidente del Consiglio, da parte del Pubblico Ministero fino all’altro ieri titolare unico dell’indagine.
Ma se non è stato Capristo ed, in nome della presunzione d’innocenza (quella che in questa faccenda sembra essere stata cancellata dalla Costituzione), non può essere stato un qualche altro magistrato, chi ha ignorato il segreto istruttorio ed ha fatto filtrare al giornale di Travaglio le notizie che hanno acceso l’ennesimo incendio mediatico-giudiziario ai danni di Berlusconi alla vigilia di una importante tornata elettorale come le prossime regionali? Sono anni ed anni che a questa domanda, che risuona sempre in occasione di vicende analoghe, nessuno riesce a dare una risposta certa. C’è chi se la prende con i cancellieri, chi con gli avvocati, chi con le forze dell’ordine e chi sostiene che molto spesso l’infrazione del segreto istruttorio è funzionale alla pubblica accusa che, attraverso la grancassa mediatica, rende praticamente imbattibile la propria linea inquisitoria fino alla conclusione del processo di primo grado. Nessuno esclude che in qualche caso ad aggirare il segreto istruttorio sia stato un cancelliere, un avvocato, un funzionario di polizia o un qualsiasi funzionario del Tribunale. Ma nessuno può negare che fino ad ora non si sia mai verificato un caso in cui sia stato identificato un responsabile di un simile reato. E tutti debbono prendere atto che attraverso la sistematica infrazione del segreto istruttorio compiuta a mezzo stampa il ruolo del Pubblico Ministero sia cresciuto a dismisura nella fase dell’inchiesta schiacciando completamente quello della difesa fino al punto da trasformare un avviso di garanzia in una anticipazione della sentenza di condanna. Come spezzare questo meccanismo perverso che non solo espone il cittadino, sia esso eccellente che povero cristo, ad ogni forma di arbitrio (il caso Vanacore insegna) ma alla lunga provoca il discredito e la sfiducia nei confronti della giustizia nel nostro paese? Fino ad ora per affrontare la questione sono stati usati solo dei pannicelli caldi. Ma se non si vuole che questa distorsione mediatico-giudiziaria provochi la morte della democrazia liberale non c’è altra strada che quella della grande riforma della giustizia. Incentrata sull’inserimento del principio di responsabilità dei magistrati. Per fare in modo che chi in teoria dovrebbe rispondere solo alla legge sia in realtà l’unico ad essere “ legibus solutus” e diventare il più pericoloso e moderno dei tiranni.

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