La crisi e il sistema bancario: il pensiero di Romani (First Cisl)

Il sistema bancario attraversa un momento particolare dovuto a una serie di sollecitazioni nazionali e internazionali. Per comprendere in maniera puntuale le dinamiche che insistono sul mondo del credito, ne abbiamo parlato con Giulio Romani, segretario generale della First Cisl.

Quando tira aria di crisi si torna a discutere di banche, peraltro con intonazioni molto diverse da parte di chi ne parla. Che ne pensa?

Delle banche se ne parla o quando c’è qualche disastro, o quando si teme qualche disastro, oppure quando si vuol trovare un capo espiatorio per tutti i mali, non curandosi che, così facendo, si possa originare qualche disastro. Una discussione che assomiglia più a quelle del “Bar dello Sport” al lunedì che ad una seria analisi delle diverse situazioni. Se invece se ne parlasse per l’utilità fondamentale che il sistema bancario dovrebbe avere in un’economia prevalentemente privata come quella del nostro Paese, forse le osservazioni sarebbero più lucide e, soprattutto, potrebbero essere utili a prevenire alcuni problemi ed a favorire lo sviluppo economico. La superficialità con cui vengono trattati alcuni temi finisce per rendere popolari provvedimenti, come quelli previsti dal Def, che rendono le banche italiane meno competitive delle concorrenti europee e ne erodono le possibilità di auto capitalizzazione in un momento in cui, con risultati non omogenei, stanno tentando di mettersi la crisi alle spalle. Non capire che agire negativamente sul patrimonio delle banche significa danneggiare innanzi tutto il credito ma, nei casi più precari, mettere a rischio i risparmi, mi pare davvero grave. E recentemente anche il ministro Tria è uscito allo scoperto dicendolo apertamente. Ma la manovra e le dichiarazioni della presidenza e vicepresidenza del Consiglio non sembrano volerne tenere conto.

Quindi lei prevede che possano esserci conseguenze gravi per le banche dai provvedimenti fiscali previsti dalla manovra?

Dobbiamo intenderci su cosa è grave e cosa no. Se per grave si intende il possibile default di qualche altra banca direi per il momento di no. Se per grave si intende invece un rallentamento importante della ripresa del sistema bancario e, con esso, dell’economia che è legata strettamente alla capacità di credito delle banche, allora credo proprio di sì. Fermo restando che la manovra, oltre agli effetti diretti di cui stiamo parlando, ne sta generando altri, quelli legati all’innalzamento dello spread, di cui ancora non conosciamo l’entità, perché essa dipenderà dai livelli di spread che si raggiungeranno e dal tempo in cui si permarrà ai livelli attuali o futuri. Quello che si può dire è che, solo per il 2019, la “persecuzione fiscale” di cui le banche vengono fatte oggetto costerà ad esse otre 3 miliardi di euro e che, invece, l’innalzamento dello spread produce nel sistema una perdita sui titoli di Stato di circa 3,5 miliardi per ogni 100 punti di spread e quindi da aprile ad oggi la perdita è stimabile in circa 7 miliardi. Se si pensa che gli utili annuali del sistema erano stimati intorno ai 10 miliardi di euro complessivi, si può ben capire che la situazione non sia del tutto rosea.

Vuol dire che gli utili saranno azzerati?

Non proprio. I dati di sistema sono solo la somma dei dati delle singole banche. Ma i provvedimenti agiranno direttamente e indirettamente su banche che vivono tra loro una diversa condizione: alcune avranno una diminuzione degli utili attesi, altre potrebbero invece misurare delle perdite. È chiaro che la gravità degli effetti sulle singole aziende bancarie dipenderà anche dalla “linea di galleggiamento” di ognuna e poi da altri fattori, per esempio dalla consistenza dei portafogli titoli di Stato. Insomma, dire adesso se ci saranno aziende che non sopporteranno il peso di questa situazione è complicato, ma sappiamo con certezza che se ce ne dovessero essere i costi per il sistema e per il Paese si moltiplicherebbero in misura esponenziale.

Però se c’è stato e continua a esserci un crollo di fiducia nel sistema bancario qualche responsabilità si dovrà pur cercare anche nelle banche.

Assolutamente no! Le responsabilità casomai vanno cercate tra alcuni banchieri. Le banche non sono esseri animati. Non vivono di vita propria. La confusione che viene fatta quando si urla contro gli aiuti alle banche come se esse fossero responsabili di per sé di alcune malefatte è ridicola. Le banche sono fatte di clienti, dipendenti e banchieri. E le responsabilità sono da cercare fra questi ultimi. Continuare la campagna contro le banche, anziché contro i banchieri che le hanno rovinate, equivale a fare una campagna contro gli acquedotti, perché chi li gestisce non pone rimedio alla dispersione e all’inquinamento dell’acqua che distribuiscono: chi di noi, sano di mente, inciterebbe alla chiusura dell’acquedotto anziché al cambio della gestione? Chi di noi direbbe che bisogna evitare interventi pubblici per mettere in sicurezza un acquedotto prima che sia così disastrato da lasciare intere città all’asciutto? Le banche, con il risparmio e il credito, sono, per la vita economica del Paese, come gli acquedotti per la vita delle persone e dell’ambiente. La politica, se vuol cambiare le cose, non deve prendersela con le banche, ma fare in modo che i “banchieri che sbagliano” non possano continuare a “sbagliare”! Non è solo una questione di giustizia, ma sarebbe un modo per costruire una diversa cultura dei banchieri nel loro complesso, rieducandoli al fatto che la loro attività dovrebbe essere rivolta soprattutto al bene comune.

Le responsabilità sono dunque solo di pochi o c’è un sistema bancario che non ha funzionato complessivamente?

Come sempre, quando c’è un disastro, le responsabilità non sono mai di uno solo. È evidente che alcuni casi di malversazioni o di gestioni allegre e spregiudicate debbano essere ricondotti soprattutto a chi ne è stato diretto responsabile. Ma sarebbe ipocrita sostenere che tutto quanto è avvenuto fosse impossibile da correggere o prevenire. E quindi è difficile sottrarre dal “concorso di colpa” chi ha vigilato con indulgenza, ovvero chi, nello stesso ambiente, ha solidarizzato e qualche volta premiato con ruoli di vertice nell’associazione bancaria personaggi che avrebbero dovuto esserne tenuti a debita distanza, o anche chi, in tanti anni, non si è preoccupato di fare in modo che la legge prevedesse adeguati strumenti di deterrenza e repressione dei crimini finanziari, né di protezione dei risparmiatori acquirenti di prodotti finanziari, né di maggior presidio dei controlli interni alle banche, né di valorizzazione dei tanti piccoli azionisti, risparmiatori, nelle governance, né, infine, di limitazione e indirizzo delle retribuzioni manageriali, che sembrano creare scandalo solo quando se ne parla al “Bar dello Sport”, ma poi restano come sono e nessuno le mette in discussione.

Qual è la svolta possibile?

Occorre ripartire dalle cose buone. Il sistema bancario in questi anni, tranne pochissime eccezioni, ha comunque protetto e custodito il risparmio degli italiani. Teniamo sempre presente che questo ammonta a circa seimila miliardi di euro, e di questi più di mille sono liquidi, cioè non investiti in alcun modo. Quando si parla di risparmiatori traditi, si dovrebbe anche dire quale è la proporzione tra i risparmi non rimborsati dalle banche andate in default e il complesso del risparmio custodito dal sistema bancario italiano. E poi si dovrebbe smettere di parlare di risparmiatori truffati. Io rifiuto fermamente questa definizione, perché, al contrario di quanto si è voluto far passare per un certo periodo, i lavoratori bancari non hanno mai truffato nessuno. E i tribunali di tutta Italia lo stanno confermando a suon di sentenze e di archiviazioni. E quindi se vogliamo ripartire dobbiamo ripartire dalla valorizzazione del risparmio e da quella dei dipendenti, grazie ai quali in questi anni le banche sono sopravvissute.

Cosa intende per valorizzazione del risparmio? Vorrà mica incitare alla ricerca di maggiori rendimenti finanziari?

Ma non pensiamoci nemmeno! Penso però che una liquidità come quella disponibile in questo Paese potrebbe essere la leva per realizzare impieghi nell’economia privata che, attraverso un sistema di garanzie e di agevolazioni fiscali, potrebbero rappresentare per i risparmiatori un’occasione di investimento non rischiosa e sufficientemente allettante e per le imprese, e dunque per lo sviluppo dell’Italia, un’impareggiabile opportunità. Occorre però una vera alleanza fra Stato, banche e cittadini che può muovere solo dai primi due soggetti.

Banche e sindacati stanno per affrontare il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro: può essere un’occasione per fare qualcosa di concreto per rinnovare il sistema bancario?

La valorizzazione dei bancari è appunto la seconda cosa da cui ripartire. Senza i sacrifici che i lavoratori hanno fatto in questi anni e senza la loro dedizione alla banca, il sistema non ce l’avrebbe fatta ad arrivare fin qui. Il rinnovo del contratto nazionale deve essere un’occasione di riscatto per loro. Riscatto economico, con il giusto riconoscimento della perdita di valore che le retribuzioni dei bancari hanno avuto in questi anni che va ben oltre l’inflazione, e riscatto professionale e morale, con un contratto che riqualifichi il rapporto tra banche e dipendenti riconoscendo il peso delle responsabilità che si assumono, tutelandoli dai rischi e valorizzandone la professionalità. Un buon contratto di lavoro, che impedisca gli eccessi delle pressioni alla vendita e che garantisca un sistema di regole solido e sobrio ai dipendenti di tutte le aziende che direttamente o indirettamente fanno parte del sistema bancario è la miglior garanzia di funzionamento anche del rapporto banche-clienti e, quindi, è la miglior garanzia anche per questi ultimi. Ci auguriamo che anche le nostre controparti possano comprenderne fino in fondo l’importanza.