Italiani in smart working: sono più di 7 milioni

Oltre sette milioni sono gli italiani che da inizio pandemia lavorano da remoto e, tra di loro, leggermente più della metà lo fa per almeno tre giorni a settimana. Il bilancio, nel complesso, registra un apprezzamento da parte di chi, da due anni, sta usufruendo di tale forma di impiego. Questo è quanto registrato dall’Inapp, l’Istituto nazionale per le analisi delle Politiche pubbliche.

Soddisfazioni ma anche criticità

Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, ha commentato: “Nel complesso la valutazione dello smart working da parte dei lavoratori è positiva, anche se si manifestano alcune criticità in relazione ad alcuni aspetti, come ad esempio il problema della disconnessione e dei costi delle utenze domestiche. Da ciò si desume che esiste una base, per passare dal semplice lavoro da remoto emergenziale a nuovi modelli di organizzazione del lavoro associati a innovative reingegnerizzazioni dei processi produttivi, ma che bisogna adoperarsi per risolvere le criticità”.

I numeri

La digitalizzazione dei protocolli informatici ha interessato oltre il 56 per cento dei datori di lavori. Ma c’è dell’altro, come osservato da Fadda: “Nel settore privato sono state messe in campo varie azioni volte, non solo a consentire lo svolgimento del lavoro agile nell’immediato, ma anche ad armonizzare le condizioni attuali con le prospettive future, investendo in formazione (46,8 per cento), fornendo attrezzature ergonomiche (25,7 per cento) ed erogando un contributo (22,2 per cento) ai dipendenti”.

Il diritto alla disconnessione

Uno dei punti dove ancora è assente un chiarimento sulla normalizzazione del lavoro a distanza è il diritto alla disconnessione. Non solo: per quanto concerne l’opportunità di fare brevi pause, il 78,2 per cento dei lavoratori non ha palesato criticità. Allo stesso tempo, oltre il 49 per cento afferma di potersi disconnettere nel momento della pausa pranzo. Sul fronte dei dipendenti privati, il 65 per cento segnala di poter scegliere in modo autonomo quando disconnettersi, rispetto al 50,1 per cento di quelli del pubblico.

Le bollette. E non solo

Non mancano gli spunti alla discussione. Il 63,9 per cento pensa che il lavoro da remoto, alla fine, porti a un isolamento e il 60 per cento è convinto che il lavoro da remoto non agevoli il rapporto con i colleghi. La stessa percentuale, peraltro, lamenta l’aumento dei costi delle utenze domestiche.

Via dalla città e qualità della vita

 “Qualora il lavoro agile entrasse a regime – ha continuato Fadda – si aprirebbero nuove prospettive sul futuro delle città e dei territori. Dallo studio emerge che oltre un terzo degli occupati (34,5 per cento) si sposterebbe in un piccolo centro e quattro persone su 10, invece si trasferirebbero in un luogo isolato a contatto con la natura (41,5 per cento)”. In ultimo, un lavoratore su cinque sarebbe favorevole all’eventuale penalizzazione nello stipendio pur di lavorare da remoto, “segno che un ipotetico miglioramento nella qualità della vita presenta un valore economico immediatamente scontabile”.